Kassim Britel a quasi un mese dal trasferimento

Rispondo alla domande che mi vengono poste dopo l’amara esperienza del trasferimento, non richiesto e violento, nel carcere centrale di Kenitra, il 9 ottobre.
Non ho contatti con mio marito, scrivo quel che mi viene riferito dalla famiglia e dalle autorità diplomatiche italiane.

Kassim non sta bene, agli abituali disturbi si sono aggiunti problemi respiratori e un’allergia alle mani che va e viene.
Si trova in una cella con altre tre persone, dormono su coperte stese direttamente sul cemento.
Lui e gli altri non hanno il diritto di cucinare nulla, mangiano freddo. Nel reparto, costruito apposta per ricevere i detenuti islamici, non c’è un frigorifero per conservare il cibo.
Mi chiedo cosa mangi, visto che la visita della famiglia è consentita una sola volta la settimana e dura mezzora.
Le restrizioni sono molte, sia per uscire all’aria, sia per la doccia.
Ancora non può telefonarmi.
Ha ricevuto i suoi vestiti, mentre i libri, le riviste e gli altri effetti personali non gli sono ancora stati restituiti.
Finalmente ha visto un medico la mattina del 3 novembre. Facile intuire che la Direzione del carcere, o forse addirittura quella delle prigioni, abbia deciso di attendere così tanto tempo prima di permettere l’accesso a un medico perché svanissero le tracce dei maltrattamenti subiti.

Il giorno 15 ottobre mio marito ha ricevuto una prima visita del Console e il 3 novembre quella del Primo Segretario dell’Ambasciata d’Italia, grazie ad entrambi.
Si sono resi conto del pericolo che Abou Elkassim Britel corre, di com’è provato per le modalità del trasferimento. Kassim si è certo visto ritornare ai tempi della detenzione in segreto e del primo anno nel carcere di Salé.
Spero che continueranno ad essere presenti. Le preoccupazioni per l’incolumità di mio marito sono reali e c’è sempre la sua richiesta di giustizia, finora senza risposta, che interessa e interpella direttamente il governo italiano.

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