Abou Elkassim Britel, ancora soprusi e provocazioni

Fra qualche giorno partirò per visitare Kassim.
Durante il viaggio di febbraio erano state ridotte a un terzo le ore da trascorrere insieme.
Ho quindi chiesto alle autorità diplomatiche di intervenire per il ripristino delle condizioni di visita precedenti l’ultimo sciopero della fame.
Dal Consolato italiano è partita una lettera in tal senso per il Direttore di Oukasha. L’esito?

Oggi alle 14.30 circa Kassim ha subito una perquisizione della cella con il sequestro degli utensili da cucina, che mi vedrò costretta a ricomprare per l’ennesima volta, sperando possano entrare.
La scusa ufficiale è che due notti fa qualcuno avrebbe udito dei colpi provenire dal reparto 4, ieri c’è stato un controllo sull’integrità della struttura, oggi la perquisizione.

Solo mio marito ha subito la confisca degli utensili da cucina. Ora è privo del fornellino su cui scaldava l’acqua per lavarsi e preparava un piatto caldo la sera, o una tazza di the. È senza bicchiere, forchetta, cucchiaio, cucchiaini.
Sono entrati calpestando senza rispetto il tappeto dove Kassim prega, infrangendo la regola della pulizia del luogo di preghiera. Hanno frugato ancora una volta nelle sue cose e avrebbero portato via anche altro se non fosse intervenuto il responsabile del reparto.

Kassim è arrabbiato, umiliato una volta di più. Esige rispetto per sé e per le sue poche proprietà.
Quegli oggetti sono un tesoro dentro il carcere, aiutano a rendere la vita un po’ meno amara. Metter qualcosa di caldo nello stomaco prima di dormire, quando non si possiede nemmeno un materasso e si dorme su qualche coperta ripiegata sopra la rete della branda è un lusso secondo i suoi carcerieri.

Tanto per farci ben capire chi comanda, così la smetteremo di rivendicare i nostri diritti. Mi preparo a partire e penso che l’ultima cosa da fare è rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia, piccola o grande che sia.

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