16 maggio 2003 – 16 maggio 2010

La mattina del 16 maggio 2003 Abou Elkassim Britel veniva fermato a Bab Melilla, alla frontiera. Stava uscendo dal Marocco con un documento di viaggio rilasciato dall’Ambasciata d’Italia a Rabat. Tornava a casa.
Questo cercava di fare. Realizzare il desiderio che l’aveva accompagnato negli 11 mesi da scomparso, mentre subiva l’extraordinary rendition, sotto le torture e gli interrogatori violenti, nell’isolamento pieno di fantasmi urlanti del “buco nero” di Témara.
Viaggiava con il cuore gonfio per i suoi di casa che lasciava in un paese dove pensava non avrebbe più potuto tornare. Viaggiava con la speranza di riprendere la sua vita in Italia.
Per la seconda volta un fermo illegale stava per trasformarlo in uno scomparso.
Qualche ora di attesa, l’arrivo degli agenti della DST (i servizi marocchini), l’ululato della sirena e la macchina correva via e lo riportava in segreto a Témara.

16 maggio 2003, la sera a Casablanca: esplosioni, morti, dolore, sangue, terrore, vite spezzate. Ancora oggi non se ne conoscono i mandanti, le vittime paiono dimenticate.
E di seguito l’assenza di diritto con gli arresti arbitrari, i processi sommari, la caccia ai cosiddetti “islamistes”.
Non posso dimenticare  l’inquietudine che sentivo sui taxi, nelle conversazioni, nei gesti delle persone e i fatti. La polizia sempre più presente, sempre più dura, retate nelle moschee, scomparsi, pestaggi, morti, domande senza risposta, repressione. Venivano messi a tacere prima la stampa e poi gli avvocati. Sarebbero seguiti processi frettolosi e iniqui.

All’inizio pensavo che avrebbero rilasciato Kassim dopo il controllo del documento di viaggio. Invece, mi negavano di averlo.
Aspettavo incredula, in mezzo a quel dolore che sentivo e condividevo. Soffrivo con gli altri, chiedendomi cosa fosse di mio marito.
Quattro mesi lunghissimi durante i quali ho faticato a credere al coinvolgimento dello Stato italiano. No, non era possibile, in Italia il cittadino è tutelato, ha dei diritti.
Le carte dell’inchiesta
archiviata nel 2006 mi avrebbero confermato ciò che la logica dettava: l’Italia è implicata. Non tutti sono davvero cittadini.
Ancora oggi il nostro paese non riconosce i diritti di questo cittadino italiano.
Ancora oggi Abou Elkassim Britel da innocente patisce in carcere una condanna iniqua, nell’indifferenza dei più, ma soprattutto di chi ha il dovere di rimediare all’ingiustizia e al male che hanno distrutto la vita di Kassim.
Le sue pene e i timori per la sua vita e il suo futuro continuano.

16 maggio 2010, ricordo e chiedo giustizia   khadija

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6 risposte a 16 maggio 2003 – 16 maggio 2010

  1. alhamdulillah ha detto:

    Caso Britel: 16 maggio 2003 – 16 maggio 2010[..] La mattina del 16 maggio 2003 Abou Elkassim Britel veniva fermato a Bab Melilla, alla frontiera. Stava uscendo dal Marocco con un documento di viaggio rilasciato dall'Ambasciata d'Italia a Rabat. Tornava a casa.Questo cercava di fare. >&g [..]

  2. kelebek ha detto:

    Abou Elkassim Britel, un cittadino italiano rapito, torturato e dimenticato[..] La mattina del 16 maggio 2003 Abou Elkassim Britel veniva fermato a Bab Melilla, alla frontiera. Stava uscendo dal Marocco con un documento di viaggio rilasciato dall'Ambasciata d'Italia a Rabat. Tornava a casa. Questo cercava di fare. [..]

  3. khadijabritel ha detto:

    Grazie alle persone che mi hanno scritto delle e-mail, è un segno di condivisione e sensibilità che ci solleva. Leggerò i loro messaggi a Kassim, appena possibile.Alcune di loro ci sono vicine da lungo tempo impegnandosi in prima persona e con grande generosità per una soluzione. Qualche altro ancora cerca una strada per aiutarci ad ottenere la giustizia che chiediamo.Da una delle mail ricevute traggo e condivido questa efficace sintesi della storia di Kassim :odissea dolorosa di un cittadino italiano che, a partire dalle violenze di una cattura e detenzione extra-giudiziale, continua a scontare solo la disavventura di essere stato segnalato e oggetto di una extraordinary rendition.Grazie, grazie a tutti voi, e a Khadis e Miguel che ospitano le mie parole sui loro blog.  Salam  Khadija 

  4. anonimo ha detto:

    Magari un passaporto potevano pure farglielo…   C'e' qualcosa che non mi torna.  Sono ex dipendente Ministero Esteri e se uno mi dimostra di essere cittadino italiano il passaporto glielo avrei fatto tranquillamente, ma mi sa che anche con il passaporto italiano, se lo "bevevano" lo stesso.In alternativa doveva essere scortato dai CC (che sono in forza presso l'Ambasciata) e messo sull'aereo.E' terribile leggere queste cose.Lanzo

  5. khadijabritel ha detto:

    Grazie per l'intervento che mi dà modo di ribadire i fatti.Kassim non ha ricevuto la dovuta assistenza consolare.Abbiamo chiesto più e più volte l'accompagnamento in aeroporto. Ci è stato ostinatamente rifiutato.  E il pericolo che mio marito correva era chiaro all'Ambasciata ( si veda il sito alla pagina Lo Stato: latitante, senza coraggio e senza morale dove riporto stralci degli atti dell'inchiesta italiana ).Quello che non va è che le autorità italiane hanno bollato mio marito come terrorista, senza alcuna prova e nessun processo, per questo sono corresponsabili, perché le loro azioni hanno determinato l'esito della vicenda.Nessuno finora ha ritenuto di indagare su questi atti irresponsabili e, ritengo, voluti. In questi anni una serie incredibile di fatti, atteggiamenti, parole mi hanno confermato questa valutazione.Altri paesi europei si sono impegnati con successo a riportare a casa i loro cittadini ed anche i residenti stranieri vittime di rendition, riconoscendo i propri errori per le collaborazioni extragiudiziali. L'Italia non fa nulla come risulta anche dagli atti ufficiali del Parlamento europeo.Le informazioni dettagliate sul caso sono sul sito:http://www.giustiziaperkassim.net

  6. Pingback: Abou Elkassim Britel, un cittadino italiano rapito, torturato e dimenticato | Kelebek Blog

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