Marocco un paese sconosciuto (4) : un’intervista a Abderrahim Mouthad – Aboubakr Jamai sul rimpasto del governo marocchino

Il fondatore dell’associazione An-Nasir che sostiene i detenuti islamici e le loro famiglie, si racconta a Jacopo Granci. Un percorso di vita che l’ha portato a impegnarsi nella difesa dei diritti umani, e negli ultimi anni a lavorare sul dossier dei cosiddetti “islamistes”, che resta un tabù per il Regno del Marocco.

Della melma nella quale sprofonda la monarchia marocchina parla Aboubakr Jamai dalle colonne de Le Journal Hebdomadaire. La sua riflessione sul recente rimpasto ministeriale dà il senso del disagio profondo che attraversa la società marocchina alla prese con un potere sempre più dispotico e lontano dalle necessità del Paese. Un potere iniquo, violento e volgare, assai diverso dall’immagine di modernità che circola in Europa.

Qualche stralcio e il consueto invito consueto a leggere per intero i due pezzi. Buona lettura.

Abderrahim Mouhtad, un “rivoluzionario più verde che rosso” di Jacopo Granci
….
A. M. Nel 2003, dopo gli attentati di Casablanca, nel Paese è iniziata la “caccia agli islamisti”. Un’ondata di arresti e processi sommari hanno coinvolto centinaia e centinaia di persone, accusate di appartenere a cellule terroriste e di complicità negli eventi del 16 maggio. Le famiglie dei detenuti si sono rivolte a me. Ero un personaggio noto, come vecchio prigioniero islamico e come militante per i diritti dell’uomo all’interno del Forum Giustizia e Verità. In più Sidi Moumen, il villaggio da cui provenivano quasi tutti gli autori degli attentati, si trova a due passi da casa mia, proprio dietro all’autostrada che si vede uscendo dal portone.

… Nel 2003 ho bussato a tutte le porte per capire che cosa si potesse fare per aiutare i detenuti e le loro famiglie. Nessuno era a conoscenza delle loro condizioni, degli abusi e delle torture che gli erano inflitte. … Da militante dei diritti dell’uomo mi sentivo obbligato a dare una mano a questa gente. Islamisti o meno, salafiti o no, non è questo che mi interessa, non sto sostenendo il loro pensiero o la loro ideologia. Quello che mi preme è che anche gli islamisti, in quanto esseri umani, abbiano il diritto di essere trattati come tali. Se un detenuto ha commesso dei reati deve avere diritto ad un processo equo, se è innocente deve essere scarcerato.
Questo era il mio ragionamento, ma come risposta ho ricevuto solo degli inviti a lasciar perdere la questione. Data l’eccezionalità del momento, mi sentivo dire, i salafiti non potevano essere considerati dei detenuti come gli altri. Non potevo accettarlo.
Nel 2004, dopo mesi di vani tentativi, alle famiglie che ancora mi contattavano per ricevere aiuto ho detto: “o lasciamo stare le cose così come sono, nell’illegalità e nell’abuso, senza fare niente, oppure creiamo un’associazione che difenda pubblicamente gli interessi dei detenuti islamici”. Il Marocco sostiene di voler difendere i diritti dell’uomo e noi, con la nostra associazione, ci siamo inseriti in questo margine. Ecco come è nata Ennassir. Era la nostra unica scelta, il solo strumento di lotta che avevamo. Abbiamo presentato una domanda legale per il riconoscimento, ma non abbiamo ottenuto risposta.
… Non abbiamo mai beneficiato di sovvenzioni o di aiuti da parte dello Stato, come è invece il caso delle altre associazioni. Ancora oggi non abbiamo ottenuto la ricevuta finale che attesti la nostra esistenza. Secondo la legge, se dopo 60 giorni dal deposito legale della documentazione, una associazione non ha ottenuto la ricevuta di ritorno del ministero dell’Interno, può esercitare le proprie funzioni. Ed è quello che stiamo facendo. Le autorità tollerano la nostra presenza, ma non vogliono riconoscerci. Questo gli dà il potere di ostacolare le nostre attività e, nel caso volessero, di farci chiudere con il semplice intervento del prefetto. Se invece fossimo in possesso della ricevuta finale di riconoscimento, allora, per far chiudere l’associazione dovrebbero accusarla di qualche infrazione e portarla davanti al giudice.  Per farle un esempio banale, mi hanno costretto addirittura a togliere l’insegna dell’associazione che avevo affisso all’entrata.

J. G. : Di che cosa si occupa di preciso l’associazione?
A. M. : Ennassir è in contatto diretto con le famiglie dei detenuti e con i detenuti stessi. Cerchiamo di fornirgli aiuto e assistenza, raccogliamo le lamentele per il trattamento che subiscono nelle prigioni, riceviamo i loro comunicati e cerchiamo di trasmetterli e di diffonderli alle Ong e ai media, affinché tutti sappiano quello che sta succedendo. L’obiettivo dichiarato nello statuto dell’associazione è di diffondere informazioni corrette e fruibili a tutti coloro che hanno interesse a conoscere la verità sul “dossier islamista” dopo l’11 settembre e dopo il 16 maggio 2003. Facciamo dei sit-in, delle piccole manifestazioni davanti al Ministero della Giustizia, davanti alla sede dell’amministrazione penitenziaria, davanti alle prigioni, dove ci sono i detenuti in sciopero della fame. Cerchiamo poi di organizzare le visite collettive delle famiglie ai detenuti.
Proprio qui, nei locali dell’associazione, abbiamo ricevuto molti rappresentanti delle Ong internazionali che si battono per la difesa dei diritti dell’uomo. Quando i media, anche internazionali, vogliono sapere quello che succede nel Paese ai detenuti salafiti o quale è la situazione delle loro famiglie, si rivolgono alla nostra piccola associazione. Abbiamo ricevuto l’AMDH, Amnesty International, Human Rights Watch, inviati di radio, televisioni e giornali, tra cui recentemente il New York Times. Anche molti ricercatori, sia occidentali che arabi, sono venuti a parlare con noi.
Nel nostro lavoro siamo aperti a tutti, sappiamo bene che quello dei detenuti islamici è un dossier caldo, un dossier gestito, come approccio politico, dagli Stati Uniti. Quello che succede nelle carceri marocchine non riguarda solo il nostro Paese, ma il mondo intero, dal momento che dipende dalla strategia mondiale di lotta al terrorismo avviata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. …

J. G. : Qual è l’atteggiamento del regime nei confronti di Ennassir?
A. M. : Fino ad ora siamo riusciti a fare il nostro lavoro, seppur in mezzo a mille difficoltà. Non c’è mai stato uno scontro diretto con le autorità, che avrebbe portato alla chiusura dell’associazione. A volte ci hanno proibito di tenere dei sit-in, hanno interrotto le nostre manifestazioni. A Rabat, di fronte alla Direzione generale delle carceri, la polizia ci ha caricato e disperso in più di un’occasione. Il limite più grave è che non ci permettono di visitare le prigioni per verificare le condizioni dei detenuti.

J. G. : Non avete il permesso di visitare le prigioni?
A. M. : No, dal 2004 ad oggi solo in due occasioni siamo potuti entrare in un carcere per visitare i detenuti e verificare le loro condizioni. La prima volta a Settat, durante uno sciopero della fame, e la seconda volta in un piccolo carcere a 40 chilometri da Casablanca, dove abbiamo parlato con due detenuti in condizioni di salute pessime. La visita si è svolta nell’ufficio del direttore, sotto strettissima sorveglianza. Come membro del Forum Giustizia e Verità avevo avuto modo di entrare altre volte nelle prigioni per visitare i detenuti islamici. Ma dal 2004, dopo la creazione di Ennassir, per lo Stato marocchino sono un istigatore e una minaccia. Cercano di ostacolare il mio lavoro. Come le dicevo, non ci impediscono di esistere, almeno fino ad ora, ma limitano i nostri margini di azione. Non abbiamo neanche il diritto di raccogliere fondi, oltre al sostegno fornito dagli stessi membri. Senza la ricevuta di riconoscimento legale, non possiamo ottenere finanziamenti da elementi esterni all’associazione. Sono i parenti dei detenuti che fanno una colletta ogni mese per raccogliere il denaro sufficiente a pagare la connessione internet, la carta per la stampante, l’inchiostro, gli striscioni delle manifestazioni.


Per farle capire che i detenuti in Marocco non sono tutti uguali e che gli islamisti rivestono un caso particolare, totalmente a parte, le farò un altro esempio. L’ultima grazia reale ha interessato 25 mila prigionieri. Tra questi 25 mila non c’era neanche un detenuto islamico. Dal 2006 vengono sistematicamente esclusi dai provvedimenti di grazia. Il diritto penitenziario è uno solo e, in teoria, dovrebbe garantire leggi uguali per tutti i detenuti. In teoria. Di fatto l’amministrazione penitenziaria fa quello che vuole, senza rendere conto a nessuno.

Oukasha, nelle gravità delle condizioni generali, è forse oggi uno dei casi più duri. Il direttore della prigione è un criminale. Nel 2008, quando era a capo della prigione di Salé, fu al centro di un’inchiesta. Otto Ong (tra cui l’AMDH e l’OMDH), dopo aver visitato il carcere, hanno pubblicato un rapporto in cui il direttore veniva esplicitamente accusato di maltrattamenti e abusi nei confronti dei detenuti. L’unico provvedimento preso dalle autorità è stato cambiargli di prigione, ben inteso conservandogli il posto di direttore. Prima era a Salé ed ora è a Oukasha. I suoi riguardi verso i prigionieri sono gli stessi di un anno fa. Gli scioperi della fame portati avanti dai detenuti nell’ultimo anno ne sono la prova.

J. G. : In base ai vostri dati, qual è il numero attuale dei detenuti islamici in Marocco?
A. M. : La settimana scorsa ho domandato la stessa cosa al delegato regionale delle carceri, ma non mi ha risposto. Ha detto che non era autorizzato a farlo. Nel 2008, tuttavia, un rappresentante del governo aveva ammesso la presenza di ottocento detenuti islamici nelle prigioni marocchine. A questo numero bisogna aggiungere lo smantellamento di altre 5 o 6 reti salafite, avvenuto negli ultimi due anni, per un totale di circa duecento persone. Quindi, secondo le nostre stime, il numero attuale dovrebbe aggirarsi attorno alle mille unità.
Non siamo capaci di calcolare il numero esatto perché gli arresti e le detenzioni maturano spesso nell’illegalità. E in più l’amministrazione carceraria sposta continuamente i detenuti da una prigione all’altra. Oggi, per esempio, sappiamo che nella prigione di Salé ci sono 460 detenuti islamici, altri 150 si trovano a Kenitra, a Tangeri 45, a Agadir una quarantina, ad Oukasha, qui a Casablanca, sono circa una sessantina. Dopo la celebre evasione degli otto detenuti dalla prigione di Kenitra, l’amministrazione delle carceri ha deciso di sparpagliare i prigionieri islamici in tutti i penitenziari del Regno. Ha cercato di disperderli per indebolirli.

J. G. : Esiste un dialogo, delle trattative in corso, tra il regime e i detenuti?
A. M. : La delegazione delle carceri aveva avviato una sorta di dialogo con alcune figure di riferimento all’interno del gruppo dei detenuti salafiti, che, ci tengo a precisare, rappresenta un insieme per nulla omogeneo. Tuttavia, dopo la dichiarazione del ministro dell’Interno Chakib Bemoussa, rilasciata nel corso di una seduta parlamentare il 20 maggio scorso, ogni trattativa ufficiale si è interrotta. Alcuni deputati del PJD (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di tendenza islamica moderata, nda) avevano chiesto al ministro di risolvere il problema dei detenuti islamici, riprendendo in mano i processi o concedendo dei provvedimenti di grazia. Bemoussa ha risposto che questi detenuti, per beneficiare di una ipotetica grazia, avrebbero dovuto prima di tutto riconoscere le proprie colpe e poi avrebbero dovuto fornire delle garanzie sul loro comportamento una volta usciti dal carcere. Gli islamisti hanno reagito con un comunicato congiunto: “non siamo disposti a confessare dei reati in realtà mai commessi”. Da allora non ci sono più stati né incontri né colloqui ufficiali.

[L’intervista è stata realizzata il 30 novembre 2009 a Casablanca].

Signori, ci avete mancato di rispetto di Aboubakr Jamai
….
Ma se questa storia della regionalizzazione è un’ennesima incongruenza, il rimpasto ministeriale è una vera tragedia. Il Re ha nominato come ministro della giustizia il suo avvocato. Mohammed Naciri. Che in più è un avvocato d’affari. Ed ecco che l’uomo che cura gli interessi di Mounir Majidi (segretario particolare del re Mohammed VI, che dirige l’holding Siger, che raggruppa gli interessi economici della famiglia reale, ndt) assume la responsabilità della giustizia del nostro paese. Egli annovera nel suo libro d’oro dei successi anche la condanna a diversi milioni di dirham per danni e interessi e, di conseguenza il sequestro dei beni del giornalista Hassan Alaoui, direttore del giornale “Economie et Entreprises”. Nel momento in cui la comunità internazionale, e l’Unione Europea in particolare, si allarmano per l’assenza di “sicurezza giudiziaria” in Marocco, si assegnano all’avvocato della makhzenizzazione (il makhzen è il sistema di potere della monarchia marocchina, ndt) economica del paese le chiavi del sistema giudiziario.
E naturalmente è ad uno dei dirigenti più eminenti della Giustizia che è stato affidato il Ministero dell’Interno. A cagione della sua vicinanza al Palazzo e agli apparati di sicurezza, Taieb Cherkaoui è stato per lunghi anni l’uomo più potente del Ministero della Giustizia. E’ stato un ingranaggio essenziale di una macchina la cui missione principale era è resta quella dell’asservimento del sistema giudiziario agli obiettivi politici del regime.
Queste due nomine hanno tutta l’aria di una fuga in avanti di una monarchia che si bunkerizza, si rinchiude in un cerchio di amici ciecamente fedeli, dalle competenze incerte.
… E cosa dire della monarchia? … La monarchia perde di spessore morale scambiando un posto di governo, dunque un posto di servitore dello Stato, un posto creato e finanziato per servire gli interessi del popolo, con la neutralizzazione di un uomo che avrebbe potuto rimettere in discussione le sue prerogative. Il messaggio è tanto chiaro quanto indecente, soprattutto all’indirizzo dei politici: “Rinunciate alle vostre idee politiche ed io saprò mostrarmi generoso”. Poi verso i cittadini: “Vedete? Io riesco a manipolare i vostri rappresentanti come voglio”. …
Questa monarchia non è mai stata un arbitro della politica marocchina. È sempre stata la squadra vincente di un gioco del quale si sforza di definire le regole per continuare a regnare come desidera.
La nomina di Driss Lachgar è infine la conferma che nulla è cambiato sotto il nuovo regno. Questa monarchia non si colloca al di sopra del gioco politico, ma vi è inserita pienamente, con l’aggravante di utilizzare i mezzi dello Stato per proteggere i suoi interessi. …

Fonti:
Abderrahim Mouhtad, un “rivoluzionario più verde che rosso”, intervista di Jacopo Granci, (r)umori dal Mediterrano, 19 gennaio 2010

Signori, ci avete mancato di rispetto di Aboubakr Jamai, traduzione in italiano a cura di Ossin, gennaio 2010

url articolo orginale : http://www.lejournal-press.com/archives_edito.php?id=2132

I precedenti post :
Marocco un paese sconosciuto
, Libertà per Kassim, 27 dicembre 2009
Marocco un paese sconosciuto (2) : l’intervista a Abdelilah Benabdesslam, militante marocchino per i diritti umani, Libertà per Kassim, 9 gennaio 2010
Marocco un paese sconosciuto (3) : testimonianze di protagonisti
, Libertà per Kassim, 15 gennaio 2010

il sito di LeJournal Hebdomadaire    (r)umori dal Mediterraneo    il sito di Ossin

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