Marocco un paese sconosciuto (3) : testimonianze di protagonisti

Qualche parola del racconto della mamma di un detenuto islamico. Stralci dell’intervista all’avv. Mohamed Sebbar.
La traduzione dell’articolo di Aziz El Yaakoubi dal francese e l’intervista sono di Jacopo Granci.
Da leggere nella versione completa, che qui cito solo alcuni riferimenti diretti con l’argomento di questo blog.
Per capire, sapere cosa è successo e cosa ancora succede nel Regno del Marocco, partner privilegiato dell’Unione Europea, abitualmente citato ad esempio per la sua modernità.

Conosco Rachida. Insieme ci siamo recate alla Delegazione delle carceri lo scorso anno, portavoci delle richieste dei nostri cari, oppressi nella prigione di Oukasha.  L’ammiro, come tante altre donne spende ogni sua energia nella richiesta di giustizia e lo racconta insieme al suo dolore. Una sofferenza che condividiamo tutte noi nell’attesa di un atto di giustizia. La prima volta ho visto Rachida a un sit-in davanti al Ministero di Giustizia, poi nella sede dell’AMDH. Oggi suo figlio è detenuto a Salé.

La repressione nella vecchia e nella nuova era
(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 424, 9-15 gennaio 2010)

Testimonianze. Le epoche cambiano ma le pratiche restano le stesse. Khadija Menebhi, sorella della leggendaria Saida Menebhi, e Rachida Baroudi, madre di Rida Benothmane, un detenuto islamico tuttora in carcere a Salé, raccontano il calvario a cui lo Stato marocchino le ha costrette. Un incontro edificante.

Con passi discreti ma sicuri Rachida Baroudi fa il suo ingresso nell’ufficio centrale dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti dell’uomo). La madre di Rida Benothmane, un prigioniero islamico detenuto nel carcere di Salé dal 2007, conosce bene questo posto. L’AMDH fa parte delle rare associazioni che seguono il dossier dei detenuti della “nuova era”. Qualche minuto dopo è la volta di Khadija Menebhi, sorella dell’indimenticabile Daida Menebhi, di Aziz Menebhi e moglie di Aziz Loudiyi, tutte vittime della repressione degli anni di piombo. …

… Rachida Baroudi fa un segno per dire che è pronta a prendere la parola. “E’ stato uno choc. Quando mia nuora mi ha detto che Rida era stato arrestato, sul momento, non ho voluto crederle. Mi sono detta che doveva trattarsi per forza di un errore”, inizia a raccontare. Rachida Baroudi confessa di avere un buon rapporto con il figlio: “per prima cosa ha smesso di bere e di fumare, poi ha lasciato crescere la barba, ma nel suo comportamento nulla è cambiato”. Tutto è successo nel 2007. Dopo l’arresto, Rachida fa il giro di tutti i commissariati di Rabat. Nessuna traccia. Mossa da una speranza che rasentava la follia, prende una decisione coraggiosa: andare al centro di detenzione di Temara, un centro segreto. “Quando si tratta dei figli una madre non riesce più a controllarsi. Posso assicurarvelo, l’ho provato sulla mia pelle”.
Arrivata a Temara, non sa dove dirigersi esattamente. Domanda ad un agente addetto alla circolazione stradale. “Il poliziotto mi ha risposto che ero una pazza, ma ormai non avevo più paura”. Non demorde e alla fine riesce a raggiungere il centro di detenzione. “Ho imboccato una strada isolata, non c’era nessuno a parte una vegetazione pressoché selvaggia”. Dopo qualche chilometro si vede circondata da una decina di poliziotti. “Hanno incominciato a gridarmi addosso, mi hanno ordinato di fare marcia indietro, ricordandomi che non avevo alcun diritto di restare là”. Ma la madre resiste. …

… Dopo aver confiscato il suo computer, il giudice di istruzione ha continuato a domandare a Rida perché fosse entrato più volte in un sito gestito da salafiti. “Questa è la sola prova che avevano”, spiega Rachida. Ma tanto basta. E’ condannato a due anni di carcere in prima istanza, sulla base dell’articolo 218 della legge antiterrorismo. L’articolo in questione prevede pene severe per ogni individuo che abbia difeso un atto terroristico in un luogo pubblico o nei media. In appello la pena viene raddoppiata, “per dare l’esempio”. “E’ scritto nero su bianco nel verdetto”, testimonia Abdelilah Benabdesslam. “Gli avvocati mi hanno spiegato che in anni e anni di attività era la prima volta che si trovavano di fronte ad un caso simile. Condannato per dare l’esempio!”. La famiglia ha rivisto Rida solo dopo diciassette giorni dalla sua sparizione, all’interno della prigione civile di Salé. “La prima volta, vedendo sua figlia, si è sciolto in lacrime”…
Durante la permanenza a Temara ha subito torture morali. Per tutto il giorno sentiva le grida di prigionieri sotto tortura. Alla madre ha confessato di non sapere se si trattasse di grida reali o di registrazioni. E’ rimasto per tutto il tempo ammanettato e con gli occhi bendati. Un superiore, con l’evidente intenzione di farsi intendere, ha perfino chiesto ai suoi subalterni di gettare il prigioniero nella fossa dei serpenti. …

Mohamed Sebbar e il Forum Verità e Giustizia
Mohamed Sebbar è stato Presidente del Forum Verità e Giustizia dal 2003 al 2009. In seguito al III Congresso dell’organizzazione, tenutosi a metà del dicembre scorso (pochi giorni dopo il nostro incontro), ha lasciato l’incarico a Mustapha Manouzi. Sebbar è anche l’avvocato del detenuto italiano Kassim Britel.
L’intervista all’inizio si concentra sulle specificità e sugli obiettivi che muovono il lavoro dell’associazione e sul contesto politico in cui è avvenuta la sua creazione. Poi prende in esame il lavoro svolto dall’Istanza di Equità e Riconciliazione e le prospettive del Forum negli anni a venire.


M. S. : Il Forum è nato nel 1999, lo stesso anno in cui è morto Hassan II ed è salito al trono Mohamed VI. L’associazione raggruppa tutte le vittime delle violazioni ai diritti umani che si sono avute nel Paese dal 1956 al 1999. Le famiglie dei disparus, i detenuti di opinione, le vittime della tortura, le vittime di processi iniqui. …. Il nostro obiettivo è stabilire la verità su quanto accaduto all’interno del Paese dal momento dell’indipendenza fino alla fine del regno di Hassan II. Far luce sugli anni di piombo, le violazioni dei diritti dell’uomo e la repressione che ha colpito centinaia e centinaia di cittadini marocchini. Vogliamo arricchire la memoria, preservarla affinché certe violazioni possano non ripetersi. Far sì che le vittime riconosciute siano indennizzate dallo Stato, colpevole delle vessazioni. L’obiettivo ultimo rimane però l’avvio di una vera riforma istituzionale del Paese. Riforma costituzionale e legislativa.

Jacopo Granci. : Cosa intende quando parla di riforme?
M. S. : Prima di tutto, nella nostra costituzione non è contemplata la divisione dei poteri, che resta la chiave di volta dell’organizzazione di una società democratica. Il re mantiene una posizione di monopolio, in tutti i settori della vita dello Stato. La costituzione non permette alla popolazione di partecipare alla vita politica del Paese. Noi chiediamo una riforma costituzionale che sancisca la separazione dei poteri, l’indipendenza della giustizia, l’autonomia del governo e del parlamento. L’assemblea ha delle competenze limitate, il potere legislativo resta di fatto nelle mani del governo, che è il solo a proporre le leggi. E il governo non fa che eseguire il programma del re, come ha dichiarato il Primo ministro Allal Al Fassi, l’indomani della sua investitura. Il Primo ministro è scelto e nominato direttamente dal monarca, come pure i 4 ministri detti “di sovranità” (Interno, Esteri, Affari Religiosi, Difesa). Non c’è un equilibrio tra l’istituzione reale e le altre istituzioni dello Stato. Allora servono assolutamente delle riforme, istituzionali, per riequilibrare questo sbilanciamento.
Altro punto. Il Rapporto finale dell’Istanza di Equità e Riconciliazione (IER) ha stabilito il coinvolgimento della polizia, dei servizi segreti e dell’esercito nelle violazioni dei diritti umani commesse durante gli anni di piombo. Non è questo il ruolo che spetta a tali soggetti, non almeno nei Paesi democratici. L’esercito è stato strumento di conflitti politici interni. Né il Parlamento né il governo hanno un potere di controllo su queste forze, che rispondono direttamente agli interessi di Palazzo. E’ tempo di cambiare.
Servono poi riforme legislative per raggiungere un’armonia tra legislazione nazionale e convenzioni internazionali, specie per quel che riguarda la difesa dei diritti dell’uomo ed il rispetto delle libertà personali. Chiediamo l’abolizione della pena di morte. Al momento è sotto moratoria, ma non ci sono garanzie che in casi eccezionali non venga riattivata. Chiediamo l’applicazione del trattato che istituisce la Corte penale internazionale, firmato dal Marocco ma non ancora ratificato.
Il nostro obiettivo è arrivare ad una vera rottura con il sistema politico e di governo che ha gestito il Marocco per più di cinquant’anni. Senza una vera rottura il Paese non avanzerà mai nel cammino di riforma democratica.

M. S. : … Il caso della giustizia di transizione in Marocco mantiene delle specificità che lo distinguono dalle altre esperienze di giustizia di transizione, come per esempio quella sudafricana. In Sudafrica le udienze pubbliche e i processi sono cominciati dopo la caduta dell’apartheid, in seguito ad un cambio di regime netto. In Marocco il lavoro della cosiddetta giustizia di transizione è stato compiuto in perfetta continuità con il regime che si era reso complice e talvolta responsabile dei crimini e delle violazioni che dovevano essere giudicate. Gli autori degli arresti arbitrari, delle torture e delle sparizioni, in molti casi siedono ancora ai posti di comando del regime, anche dopo la morte la morte di Hassan II e l’ascesa al trono di Mohammed VI. Inutile dire che questo ha complicato terribilmente il nostro compito ed ha impedito la ricezione delle nostre rivendicazioni. Superare il passato pur restando nella continuità con il passato stesso è una contraddizione in termini: questo spiega i risultati in generale modesti ottenuti fino ad ora dalla nostra esperienza.

… ancora più importante è assicurare una rottura con il passato, assicurare la non ripetizione delle gravi violazioni dei diritti dell’uomo di cui questo Paese è stato teatro per troppo tempo. E la rottura, ripeto, può essere assicurata solo da un intervento congiunto a livello giuridico, legislativo e costituzionale. Solo così otterremo delle garanzie. Nelle condizioni in cui siamo il lavoro del Forum resta più che mai utile e produttivo.

J. G. : Gli obiettivi che il Forum si era posto dieci anni fa, al momento della creazione, hanno subito delle modifiche? In altre parole, il vostro dossier non potrebbe estendersi oltre il 1999, arrivando così a comprendere le gravi violazioni subite dai detenuti islamici negli ultimi anni?
M. S. : Questo è uno dei punti su cui molto si sta discutendo all’interno dell’organizzazione. Non posso dirle niente di più, ma la proposta di estendere il dossier seguito dal Forum alle vittime delle violazioni post-1999 sarà all’ordine del giorno in occasione del nostro prossimo congresso, previsto tra pochi giorni a Marrakech.
A mio avviso, il Marocco ha conosciuto un debole avanzamento per quel che riguarda il rispetto dei diritti dell’uomo, a partire dagli anni novanta. Degli avanzamenti limitati e privi di garanzie, come ho già detto, ma pur sempre degli avanzamenti. Dopo gli attentati di Casablanca si è assistito all’involuzione di questo processo, sancito dalla legge anti-terrorismo promulgata in fretta e furia l’indomani del 16 maggio 2003. Il Paese ha conosciuto un brusco ritorno al passato e un brusco ritorno a pratiche che pensavamo ormai superate, quali i sequestri, gli arresti arbitrari, la tortura e i processi iniqui. Il passo indietro ha toccato anche i progressi fatti nel settore della libertà di stampa.
Credo che non sia possibile comparare quanto vissuto durante gli anni di piombo con la repressione attuata negli ultimi anni all’indirizzo dei militanti salafiti, se non altro in termini quantitativi. Ma il fenomeno esiste ed è evidente, le violazioni ci sono e ne conosciamo i dettagli. Il Forum condanna la pericolosità del processo in atto. Molte persone sono state giudicate solo per la barba che portavano, per il loro modo di vestirsi o per il modo di praticare il culto. Questo rientra nella libertà di religione del singolo individuo, che in una società pronta all’evoluzione democratica dovrebbe essere assicurata. E lo stesso vale per la libertà di opinione. Il regime ha stretto una morsa repressiva innegabile attorno alla galassia salafita, da anni integrata nel Paese, e in questa caccia ha coinvolto centinaia di innocenti.
Tuttavia il Forum come organizzazione, almeno fino ad ora, non ha esteso il suo dossier al di fuori del periodo che va dal 1956 al 1999. Dunque non ha integrato nel suo lavoro e nelle sue rivendicazioni tutte quelle violazioni, seppur note, intercorse dopo il 1999. Ripeto, almeno fino ad ora.
Il caso dei detenuti islamici è seguito attualmente dall’AMDH e dall’associazione Ennassir. Il Forum, attraverso dei comunicati e un minimo di lavoro di coordinamento, potrebbe certo aggiungere un qualcosa in più. Ad ogni modo questo dossier viene tenuto in considerazione dal Forum nella sua battaglia per la non-ripetizione delle violazioni accertate durante gli anni di piombo. La non-ripetizione è una delle raccomandazioni dell’IER ed è uno dei punti centrali del lavoro del Forum. Quello che sta succedendo ai detenuti islamici è una netta infrazione di questo principio e noi non possiamo accettarla.

J. G. : Come hanno reagito le autorità alla creazione e al lavoro del Forum?
M. S. : I nostri rapporti con le autorità sono buoni. Non abbiamo ricevuto intimidazioni o attacchi nel nostro lavoro, se è questo che vuol sapere. … Fino ad ora le attività della nostra organizzazione non hanno mai subito veri episodi di repressione. Abbiamo realizzato le nostre “carovane della memoria”, continuiamo a discutere delle riforme politiche necessarie al Paese. Talvolta ci troviamo di fronte a degli ostacoli, ma cerchiamo sempre di arrivare ad una soluzione che non implichi l’avvio di un’azione repressiva. Non nego che il regime abbia i suoi interessi nel non ostacolare il nostro lavoro. …

… Non nego che ci siano stati degli avanzamenti negli ultimi dieci anni, ma questi avanzamenti sono privi di garanzie legali e costituzionali. … Quando una particolare congiuntura o un particolare momento della vita nel regno fa fare un passo indietro alle autorità in materia di rispetto delle libertà, il regime non fa altro che appellarsi alle leggi esistenti. In altre parole, tollera avanzamenti e prese di posizione coraggiose fino a quando gli fa comodo. Poi, quando decide che una simile attitudine nuoce ai suoi interessi, mette da parte la tolleranza e invoca una rigorosa applicazione della legislazione in vigore. In questo senso dico che ci sono stati degli avanzamenti, che mancano però del supporto garantito da una legislazione liberale e democratica. Manca la rottura, quella rottura che il Forum reclama a gran voce.
[L’intervista è stata realizzata il 3 dicembre 2009 a Rabat].

Fonti:
La repressione nella vecchia e nella nuova era, Aziz El Yaakoubi, trad. in italiano di Jacopo Granci, (r)umori dal Mediterrano, 14 gennaio 2010
url articolo orginale :
http://www.lejournal-press.com/maroc.php?numero_j=424

Mohamed Sebbar e il Forum Verità e Giustizia, intervista di Jacopo Granci, (r)umori dal Mediterrano, 13 gennaio 2010

Il sito di lejournal hebdomadaire    il blog (r)umori dal Mediterraneo

I precedenti post :
Marocco un paese sconosciuto, Libertà per Kassim, 27 dicembre 2009
Marocco un paese sconosciuto (2), Libertà per Kassim, 9 gennaio 2010

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