Marocco un paese sconosciuto (2) : l’intervista a Abdelilah Benabdesslam, militante marocchino per i diritti umani

L’intervista al vicepresidente dell’AMDH (Associazione Marocchina dei Diritti Umani) è di Jacopo Granci. Un’altra preziosa occasione per capire quali sono i problemi aperti in Marocco, chi e come detiene il potere.

Nel 2003 Abdelilah mi incoraggiò a chiedere giustizia per Kassim. Con grande umanità e pacatezza mi raccontò della madre e della sua reazione al suo arresto e ai lunghi anni di carcere. Mi disse che il compito più duro sarebbe spettato a me. Non ho mai dimenticato. Quelle parole tornano con forza a sostenermi in diversi momenti difficili.
L’AMDH da subito denunciò l’ondata di repressione. Il 12 febbraio 2005 organizzò a Rabat  « Témoignages en tout liberté pour la vérité », attività pubblica di ascolto delle vittime di gravi violazioni dei Diritti Umani in Marocco. Invitata a partecipare raccontai della vicenda di Kassim e delle carceri. Quante volte ho salito le scale della loro vecchia sede a Rabat per riposarmi dopo le tappe infruttuose all’Ambasciata italiana e al Ministero di Giustizia, ricevendo sempre accoglienza ed incoraggiamento! E subito la gradita domanda di Abdelilah, sempre la stessa : “Britel, come sta?”. Il primo pensiero per la vittima, per le sue condizioni …

L’intervista è da leggere per intero, attraverso la vicenda personale si ripercorre la storia dei diritti umani in Marocco, e si comprende il loro stato attuale.
Abdelilah Benabdesslam tocca più volte l’argomento trattato in questo blog. Ecco pertanto alcuni stralci che ci riguardano con l’invito a leggere (r)umori dal Mediterraneo, il blog di Jacopo Granci.

… La pratica degli arresti illegali e delle “sparizioni” forzate esiste ancora. Un altro esempio, la tortura. Mentre prima eravamo noi, i militanti marxisti e i sindacalisti ad essere coinvolti, adesso tocca agli islamisti. Ma la tortura come strumento illegale utilizzato negli interrogatori è ancora là. I processi iniqui lo stesso. Tra i detenuti islamici, tra i salafiti, ci sono centinaia di casi la cui innocenza è più che evidente. La maggior parte di loro non sono affatto dei criminali e la loro colpa è di avere un’idea della religione differente da quella del regime. I prigionieri di opinione ci sono ancora. …

…  io e la signora Riyadi, presidente dell’AMDH, siamo stati ricevuti da Hafid Benhachem, il responsabile della Delegazione delle carceri, che, interpellato sulle attuali condizioni di detenzione dei prigionieri islamici, ci ha risposto in modo arrogante e minaccioso. “Se non siete d’accordo sulla linea seguita dal Marocco riguardo al rispetto dei diritti umani non vi resta che lasciare questo Paese, che continuate tanto a criticare”, sono le esatte parole che ha pronunciato il Delegato.

J. G. : L’AMDH, assieme a Ennassir, è la sola associazione a battersi perché ai detenuti islamici sia fatta giustizia. Perché?
A. B. : Tutte le altre associazioni che si battono per la difesa dei diritti dell’uomo hanno preferito non addentrarsi nel dossier dei detenuti islamici. A parte Ennassir, certo, che pur con risorse scarse sta portando avanti un lavoro eccezionale, a livello di documentazione e di assistenza. Questo è un dossier ritenuto scomodo, che mostra il vero volto della attuale politica securitaria del paese. Nel prenderlo in mano è più facile farsi dei nemici, anche importanti, piuttosto che trovare sostegno.

Noi non facciamo distinzioni tra i detenuti islamici, chiamati anche detenuti salafiti, e i detenuti comuni. In ogni caso i diritti umani vanno rispettati, qualunque sia il reato imputato al prigioniero. La maggior parte degli attivisti dell’AMDH sono dei militanti di sinistra, vecchi e nuovi, ma questo non ci porta a fare delle differenziazioni. Anche se le idee di chi si trova in carcere attualmente, e per di più ingiustamente, possono non piacerci o non essere condivisibili, noi sosteniamo la battaglia in difesa dei loro diritti. Ripeto, i diritti umani valgono per tutti e in ogni momento.

J. G. : Ma i detenuti islamici sono dei prigionieri politici o dei criminali comuni?
A. B. : Una piccola parte dei detenuti salafiti ha commesso azioni riconosciute criminali dalle leggi in vigore. E ad un crimine corrisponde una pena. Su questo non si discute. Ma anche in questo caso gli imputati hanno diritto ad un equo processo e al rispetto dei loro diritti di essere umani. Cosa che è venuta completamente meno dopo gli attentati del 16 maggio 2003. La maggior parte dei detenuti coinvolti nelle raffiche di arresti seguite agli attentati di Casablanca sono, invece, completamente innocenti. Sono vittime di arresti arbitrari, di violenze fisiche, di processi iniqui e di trattamenti degradanti. Vittime quindi di gravi violazioni dei loro diritti.
Amnesty International ha pubblicato un rapporto completo su questa vicenda, dove vengono descritti i trattamenti riservati ai prigionieri nel centro di detenzione segreta di Temara. Mi correggo, non ai prigionieri, ma ai sospetti, prelevati e condotti fin lì in segreto. Questo centro, attivo dal 2003, è tuttora in funzione. Anche gli ultimi casi di “sparizioni”, i 27 casi denunciati in settembre dall’AMDH, sono passati per Temara, prima di ricomparire misteriosamente nelle prigioni di Salé e di Kenitra.

J. G. : Cosa succede a Temara?
A. B. : Temara è un centro gestito dalla DST. Si trova nella “cintura verde”, la foresta che circonda Rabat, creata negli anni ottanta per assicurare un buon clima alla capitale. In questa struttura transitano le vittime degli arresti illegali, delle “sparizioni”. Qui gli agenti della DST eseguono gli interrogatori. Per estorcere informazioni o per ottenere confessioni di colpevolezza si servono della tortura, sia fisica che psicologica. La permanenza in questo luogo può durare da pochi giorni a dei mesi. Poi la detenzione viene “ufficializzata” e i prigionieri trasferiti in un carcere regolare, in attesa dell’inizio del processo.

J. G. : Quali sono le condizioni di detenzione dei prigionieri islamici?
A. B. : Le condizioni sono gravi, e non solo per i detenuti islamici. Il sovrappopolamento delle celle colpisce indiscriminatamente tutti i detenuti, in tutte le carceri del Paese. Non vengono garantiti gli standard minimi prescritti dalle leggi internazionali. Mediamente i detenuti hanno a loro disposizione uno spazio di un metro quadrato, massimo un metro e mezzo, quando le convenzioni internazionali fissano lo standard minimo a otto metri quadrati per ogni prigioniero. Nella maggior parte dei casi i detenuti islamici non hanno diritto a visite regolari, non beneficiano dell’assistenza medica e, per i malati gravi, è impossibile ottenere il ricovero ospedaliero. Ma queste condizioni lamentabili e vergognose, ripeto, affliggono in generale anche le altre categorie di prigionieri. I salafiti, in più, non beneficiano dei provvedimenti grazia e dei permessi temporanei.

Fonte: Alla scoperta di Abdelilah Benabdesslam, militante da una vita, Jacopo Granci, (r)umori dal Mediterrano, 7 gennaio 2010

Altre interviste in italiano:

Quelle carceri choc : Ecco le Guantanamo del mio Marocco, Nicoletta Prandi, L’ Eco di Bergamo, 23 giugno 2008

Carceri roventi, Christian Elia, Peacereporter, 26 maggio 2005

Il precedente post Marocco un paese sconosciuto, Libertà per Kassim, 27 dicembre 2009

Il sito dell’AMDH

Il blog di Jacopo Granci

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