Marocco un paese sconosciuto, un excursus in alcuni recenti articoli

Abou Elkassim Britel è al 34. giorno di sciopero della fame –

Lo sciopero continua. Silenzio e disinteresse pesano sui detenuti in sciopero della fame.

Dal blog di Jacopo Granci (r)umori dal Mediterraneo ecco alcuni estratti di recenti articoli di settimanali marocchini, tradotti in italiano da Jacopo.
Una finestra aperta su un paese poco conosciuto. Per interrogarsi su questo partner a “statuto speciale” dell’Unione Europea.
Sorprendente la corrispondenza dei fatti descritti nell’articolo che segue con il tragico percorso di privazione dei diritti e illegalità toccato a Kassim Britel in Marocco, e sono passati più di sette anni! Abou Elkassim Britel fu scaricato bendato e legato in Marocco da un volo segreto Cia la mattina del 25 maggio 2002.

Il discorso e il metodo di Christophe Guguen
(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 420, 5-11 dicembre 2009)
Lotta anti-terrorismo. Sparizioni, torture, violazioni della procedura penale: la gestione marocchina della lotta contro il terrorismo è ancora sotto accusa da parte delle associazioni locali e internazionali dei diritti dell’uomo.
Mercoledì 2 dicembre l’OMDH (Organizzazione Marocchina per i Diritti dell’Uomo) ha organizzato una conferenza stampa a Rabat dove ha presentato un rapporto in merito alla sentenza dei sei detenuti coinvolti nell’affaire Belliraj. L’associazione ha enumerato le molteplici “irregolarità” rilevate al momento del processo: sentenze basate esclusivamente sui verbali raccolti dalla polizia, rifiuto di ascoltare in aula i testimoni chiamati dalla difesa, domande di accertamento dei casi di tortura senza esito. …
24 “scomparsi” in settembre
Alla fine di settembre il dipartimento di Chakib Bemoussa ha annunciato l’arresto di 24 persone sospettate di appartenere ad una rete di reclutamento per operazioni suicide all’estero. Qualche settimana prima, nove famiglie si erano presentate nelle sezioni locali dell’AMDH (Associazione Marocchina per i Diritti dell’Uomo) di Taza, Guercif e Salé per denunciarne la scomparsa. “E questi sono solo i casi di cui siamo stati informati. Molte famiglie, per paura, si rifiutano di parlare con noi”, ha spiegato Abdelilah Benabdeslam, vice-presidente dell’AMDH. …
Temara, un passaggio obbligato?
Sei abitanti di Taza ed uno di Guercif sono “scomparsi” più o meno nello stesso periodo, prima di ritrovarsi assieme, anche loro, nella prigione di Salé. “La maggior parte delle persone fermate passa ancora da Temara”, afferma Abderrahim Mouhtad, presidente dell’associazione Annassir, che si occupa del sostegno ai prigionieri islamisti. Il Marocco, dal canto suo, continua a negare l’esistenza di un centro di detenzione segreta nei locali della DST. …
… Il Codice di procedura penale obbliga la polizia ad informare le famiglie in caso di arresto di un sospettato. Ma le detenzioni arbitrarie dei presunti terroristi non sono riconosciute dallo Stato marocchino, così gli arresti, nel momento in cui vengono ufficializzati, portano la data del giorno in cui i sospettati sono “riapparsi”, o in prigione o in qualche ufficio della polizia giudiziaria. …
… Denunciata fin dal 2003 dalle associazioni nazionali ed internazionali per la difesa dei diritti umani, l’illegalità delle procedure di arresto e di detenzione rimane una prassi consolidata. La Convenzione internazionale contro le sparizioni forzate è stata firmata con grandi celebrazioni dallo Stato marocchino nel 2007. “Ma a quell’episodio non ha fatto seguito nessuna ratifica e…
TEMARA. “UNA PRIGIONE AMERICANA”?

… Oltre al radicamento profondo di certi “metodi” all’interno dell’apparato repressivo marocchino, le associazioni puntano il dito sulla sollecitudine mostrata da Rabat nel soddisfare le esigenze degli Stati Uniti e dell’Europa. Gli islamisti vanno ancora più lontano. A loro avviso, le violazioni commesse dalle autorità marocchine rispondono ad un obiettivo chiaro: fare a Temara quello che le legislazioni occidentali non permettono in Europa o sul suolo americano. …      leggi l’articolo completo


Qui si tratta di IER, la Commissione che ha lavorato sulle illegalità del passato e della mancata risposta alle sue raccomandazioni

“Mamfakinche”. Il Forum chiama in causa il Re di Hicham Houdaifa
(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 421, 12-18 dicembre 2009)
IER. Mohammed VI, sostenendo il rapporto conclusivo dell’Istanza di Equità e Riconciliazione, è chiamato ad applicare le raccomandazioni contenute nel rapporto stesso, ritenute indispensabili dai militanti dei diritti umani affinché la transizione democratica cominci veramente.
Ufficialmente la pagina delle violazioni gravi dei diritti dell’uomo è stata chiusa in modo definitivo con la pubblicazione del rapporto emesso dall’Istanza di Equità e Riconciliazione. Con la pubblicazione di tale rapporto e gli indennizzi concessi alle vittime, il regime ha cercato di lasciarsi alle spalle l’incubo degli anni di piombo. Ma questo è soltanto il parere delle autorità.

Il Forum di tutte le vittime
“Dopo quattro anni le raccomandazioni restano ancora nei cassetti del Consiglio consultivo. Ci rivolgiamo al monarca per ottenere l’applicazione di quella che resta una base di rivendicazioni minima e irrinunciabile per il movimento che difende i diritti umani nel Paese. A cominciare dalle raccomandazioni che necessitano solo di una semplice volontà politica”, tuona Mustafa Manouzi, segretario generale del Forum.

Il CCDH fuori gioco
… Oggi, tuttavia, il CCDH (Consiglio consultivo per i diritti umani), l’organismo incaricato di dare applicazione alle raccomandazioni dell’IER, sembra aver rinunciato ai suoi doveri. …
“il CCDH e il suo presidente sono venuti meno al ruolo che gli spetta. Il Consiglio è diventato un porta-parola dello Stato, pronto a tutto pur di difendere gli interessi del regime. Non è più una struttura affidabile” …
…“Non possiamo parlare di verità fintanto che casi importanti come quello Manouzi, Ben Barka, Ouassouli, Esslami e Rouissi restano irrisolti. E non è possibile nemmeno parlare di giustizia, dal momento che i torturatori, gli esecutori materiali di queste sparizioni, non sono stati portati in giudizio. Di fatto però resta l’importanza delle raccomandazioni seguite al lavoro dell’IER, che consideriamo la soglia minima necessaria per proteggere le generazioni future contro nuovi eventuali abusi da parte del potere. Le riteniamo delle decisioni intangibili”, dichiara Jawad Skalli, ex-sindacalista e membro del Forum.
Una nuova era di violazioni
Come arrivare, d’altronde, a chiudere il dibattito sugli abusi commessi nell’era di Hassan II, quando anche i primi dieci anni di regno di Mohammed VI sono stati macchiati da nuove pesanti violazioni dei diritti umani? A cominciare dall’ondata repressiva promossa dallo Stato dopo gli attentati del 16 maggio 2003: sparizioni, torture e processi sbrigativi. E non è tutto: i rapporti di tutte le associazioni che difendono i diritti dell’uomo puntano il dito sui metodi approssimativi utilizzati dai servizi segreti marocchini nella gestione dei dossier legati al terrorismo. Nel solo 2008, l’AMDH ha denunciato 26 nuovi casi di sparizioni forzate e i processi politici continuano a caratterizzare l’era di Mohammed VI. Ben poco, da questo punto di vista, sembra essere realmente cambiato. Il Forum Verità e Giustizia sta pensando alla possibilità di estendere il suo interesse alle violazioni commesse dopo il 2000. Fino ad ora il suo campo di azione è rimasto concentrato sugli anni che vanno dal 1956 al 1999. “Accettando il lavoro dell’Istanza di Equità e Riconciliazione abbiamo firmato un assegno in bianco al regime. Manteniamo viva la speranza che la controparte dia seguito alla parola data, ma non accetteremo per nessun motivo un ulteriore ritardo nell’applicazione delle raccomandazioni uscite dall’IER. Cosa lasceremo in eredità ai nostri figli – si interroga Mustafa Manouzi – se non riusciremo a rendere il Marocco più rispettoso della dignità dei suoi stessi cittadini?”.  ….    
   leggi l’articolo completo

Due articoli sul potente Delegato generale dell’Amministrazione penitenziaria e per la reinserzione.

Benachem: “io sono il servitore dei re alawiti” di Khalid Jamai, CHRONIQUE
(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 421, 12-18 dicembre 2009)
Se non hai il minimo pudore puoi dire tutto, puoi fare di tutto. Se non devi rendere conto a nessuno, anche in questo caso, puoi dire tutto e puoi fare di tutto. Se godi di una totale impunità, ancora una volta, puoi permetterti tutto. Questo accade anche nel “più bel paese del mondo”, dove dei semplici responsabili amministrativi si comportano come dei despoti, come dei veri reucci. Prendiamo l’esempio più recente, quello del rimprovero sferzante che Hafid Benhachem, delegato generale dell’Amministrazione penitenziaria, ha rivolto all’indirizzo della presidente dell’AMDH Khadija Ryadi e del vice-presidente Abdelilah Benabdesslam.
Prima di entrare nei minimi particolari di questa nuova “prodezza benhachemiana”, gettiamo un breve sguardo sul passato, o più esattamente sul conto fin troppo pesante, di questo “alto funzionario” dello Stato. Nato nel 1936 a Boufakran, entra nel corpo di polizia come semplice agente. …
… Questo richiamo alla memoria è necessario poiché prova in maniera irrefutabile che questo signore ha ricoperto, durante tutti gli anni di piombo, un incarico tale da permettergli di essere al corrente di quanto stava segnando quei terribili anni neri: torture, sequestri, sparizioni e morti sospette. Un incarico tale da permettergli di conoscere, nei minimi dettagli, gli orrori subiti da migliaia di Marocchine e Marocchini. Dal 1971 al 2003, fate voi il conto, sono più di trent’anni.
Ben inteso, può sempre sostenere di non essere mai stato un torturatore. Forse. Ma fu ugualmente complice, per il suo silenzio. Sapeva ed ha taciuto. Un torturatore dal colletto bianco, come ne esistono tanti al giorno d’oggi. …
… Ebbene, questo signore, dal conto così pesante, ha ricevuto l’incarico di dirigere le prigioni marocchine! Bisogna altresì riconoscere che quanto ad esperienza acquisita, non si poteva trovare un miglior capo-carceriere. Il signor Benhachem è un uomo coraggioso, franco, che si assume pienamente la responsabilità dei suoi atti e dei suoi trascorsi. Prova ne è quanto dichiarato ai rappresentanti dell’Associazione marocchina per i diritti umani: “Sono fiero del mio passato nei servizi di sicurezza”, testimonianza, a suo avviso, del patriottismo che lo ha sempre contraddistinto
… Nel “più bel paese del mondo”, essere un torturatore, costituisce dunque l’apice del patriottismo! Dare la caccia agli uomini e alle donne che lottano per i loro diritti, per la democrazia, per l’uguaglianza, per la fine della tortura, per denunciare le sparizioni e i rapimenti, chiudere gli occhi di fronte ai centri di tortura di Derb Moulay Cherif, Agadez, Tazmamart, significa dare prova di patriottismo.
Quale indecenza! Un patriottismo che ha fatto del Marocco lo zimbello del mondo intero, che gli è valso la condanna da parte di tutte le associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani, che ne ha fatto un paria tra le nazioni. Il signor Benhachem dovrebbe rispondere del suo silenzio criminale davanti alla giustizia, se solo fossimo in un paese democratico, se solo non beneficiasse dell’impunità riservata da queste parti ai torturatori. Ma il signor Behachem è andato oltre, non ha solamente messo alla berlina le associazioni per i diritti dell’uomo, ha anche attaccato la stampa, accusandola di falsità. Ciliegina sulla torta: secondo questo decoroso responsabile dal passato “così prestigioso”, le prigioni marocchine sarebbero le migliori dell’intero mondo arabo, di tutta l’Africa e perfino migliori di quelle francesi.
… Detto questo, non c’è più niente di cui stupirsi. Qualche giorno dopo la sua nomina al Ministero dell’Interno, Ahmed Midaoui si è indirizzato in questi termini al direttore de Le Journal Hebdomadaire: “skout ou alla n’khili dar bouk” (“Taci o te la chiuderò io quella bocca”). Sempre negli ultimi giorni, Taoufiq Bouachrine, direttore del defunto Akhbar El Youm, ha avuto diritto allo stesso trattamento da parte di un alto funzionario della DST e vi risparmio gli insulti che ricevono quasi quotidianamente i laureati-disoccupati. La stessa cosa era successa alla popolazione di Sidi Ifni durante il sabato nero e agli studenti di Cadi Ayyad, torturati nel commissariato di Jamaa El Fna. E’ questo il discorso patriottico dei sostenitori del nuovo regno. E’ questo il linguaggio utilizzato per esprimere il nuovo concetto di autorità.
Nel frattempo, facciamo notare al signor Benhachem che, stando ai rapporti annuali prodotti dalle organizzazioni per i diritti umani e in seguito alle denunce provenienti dai prigionieri o dalle loro famiglie e/o dalle visite effettuate nei luoghi di detenzione, la situazione nelle prigioni non sembra affatto migliorata: sovrappopolamento, trattamenti umilianti inflitti ai prigionieri, violenze e torture, malnutrizione, insufficienza delle cure mediche, corruzione, accanimento sessuale, ostacolo alle visite, trasferimenti abusivi, promiscuità, suicidi, ingresso illegale di sostanze stupefacenti, e la lista dei mali è ancora lunga.
L’Osservatorio marocchino delle prigioni (OMP), dal canto suo, riceve annualmente quasi 3500 reclami inviati da prigionieri allo stremo. Dei veri e propri SOS …      
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Il primo carceriere del regno di Driss Bennani
(Articolo pubblicato da Tel Quel, n. 402, 12-18 dicembre 2009)
Hafid Benhachem. A 73 anni è al comando delle prigioni marocchine, che controlla utilizzando il pugno di ferro. I suoi metodi scandalizzano il mondo associativo ma confortano i sostenitori della pubblica sicurezza. Chi è veramente?
… “E’ un uomo che non sempre valuta le parole che sta per pronunciare. Come gli altri incaricati della sicurezza pubblica, non ha idee ma solo certezze. Proviene da un altro mondo, quello della repressione. Per questo è stato nominato alla testa dell’Amministrazione penitenziaria”, conclude l’attivista [dell’AMDH].
E all’improvviso Benhachem…
Tutto è successo martedì 29 aprile 2008 …. Oltre ad aver tirato fuori dall’armadio un vecchio responsabile (al momento della sua nomina Benhachem aveva 72 anni), il re gli ha concesso un’amministrazione sottratta (per la prima volta nella storia del Paese) alla tutela del ministro della Giustizia e affidata direttamente al Primo ministro (quindi al monarca stesso, ndt). …
… I primi passi mossi all’interno dell’Amministrazione penitenziaria si sono subito diretti verso i settori dei detenuti salafiti, nelle numerose prigioni del regno. Hafid Benhachem gli ha inviato i suoi collaboratori più stretti per avviare un “dialogo ideologico”. La speranza di vedere alcuni prigionieri islamisti lasciare il carcere sembrava essere rinata, ma le settimane sono trascorse senza alcun passo avanti significativo e gli osservatori hanno iniziato a manifestare il loro disincanto. I detenuti salafiti, fino ad ora, sono rimasti esclusi dalle famose (e tanto attese) grazie reali. In più le condizioni della loro detenzione hanno iniziato a subire notevoli peggioramenti. “Benhachem rifiuta ogni minima concessione a questa gente. Analizzando gli avvenimenti con il dovuto distacco, pensiamo che si sia servito dei primi contatti per sondare meglio il terreno e per domare in maniera efficace questa categoria di detenuti. Si è reso conto che c’erano dei dissensi tra i prigionieri e che questi non possedevano realmente il peso che gli era attribuito. Gli scioperi della fame che si ripetono senza sosta non sembrano nemmeno sfiorarlo. E’ un seguace delle maniere forti. Non conosce altri metodi di azione”, analizza una fonte vicina ai detenuti islamisti.
Un prodotto della “scuola Basri”
… a 33 anni, questo giovane poliziotto ha assistito da una posizione di primo piano all’ondata di repressione che si è abbattuta sul Paese in seguito ai due colpi di Stato falliti contro Hassan II.
… qual è stato il ruolo di Benhachem nella repressione che ha conosciuto il Marocco durante gli anni di piombo? Mistero. Di certo, avendo rivestito un ruolo di tale responsabilità al Ministero dell’Interno, deve aver seguito tutto da molto vicino. Alcuni ex-detenuti affermano addirittura di averlo notato durante il corso degli interrogatori, nei vari centri di detenzione.
… Nel 1997 Hafid Benhachem torna al suo primo amore e prende la guida della DGSN, incarico che continua a ricoprire dopo la morte di Hassan II, l’incoronazione di Mohammed VI e il siluramento del suo complice di sempre: Driss Basri. Da quel momento Benhacem cerca di adattarsi alle esigenze del nuovo regno, non senza fatica. … Oggi quest’uomo si sta prendendo la sua rivincita e sta portando avanti la sua ultima battaglia professionale: mettere ordine nelle prigioni (e tra i prigionieri). Poco importa con quali metodi… 
leggi l’articolo completo

e ancora un reportage:
Marocco. Cosa succede alla stampa indipendente? di Jacopo Granci, 29 novembre 2009
Si chiude un anno nero per la stampa indipendente marocchina. Un giornale è stato chiuso e molti altri sono stati duramente colpiti dai processi voluti dal regime, sempre più repressivo e intollerante di fronte alle critiche. La strategia del potere rischia di mettere fine al dibattito pubblico nel Paese.   vai al reportage
qui

Ecco due articoli di Le Journal Hebdomadaire n. 421, 12-18 dicembre 2009, sul rapporto del Marocco con l’Europa, dal sito osservatorio internazionale PER I DIRITTI :

UE-Marocco. Uno statuto, quali passi avanti? di Christophe Guguen
Impegni non rispettati in materia di buon governo, attacchi alla libertà di stampa e al diritto di espressione, caso Aminatou Haidar: l’Europa si preoccupa dei comportamenti del Marocco e ci tiene a farlo sapere. Le buone intenzioni non sono più sufficienti  perché lo “statuto avanzato” diventi qualcosa di più di un effetto annuncio e l’Europa gli attribuisca qualche consistenza. Diplomaticamente ma fermamente, ciò significa che le parole non bastano più. Occorre che il Regno passi ai fatti
… Abitualmente descritto come il paese “più avanzato” della regione in materia di buon governo e di rispetto dei diritti dell’uomo, il regno ha ricevuto in queste settimane molti segnali forti, critici nei confronti di un discorso marocchino talvolta troppo lontano dalla realtà.  …

Hooliganismo politico, l’editoriale di Aboubakr Jamai
Doveva essere come una passeggiata, una sorta di coronamento del regime. Ed è quasi diventato il suo processo. La concessione dello “statuto avanzato” al Marocco da parte dell’Unione Europea e l’avvio delle discussioni sul contenuto di questo nuovo statuto dovevano permettere al regime di fregiarsi del riconoscimento di paese rispettoso dei diritti dell’uomo, di paese in cammino verso la democrazia. E poi, patratac. Taieb Fassi Fihri, ministro degli affari esteri, è andato a Bruxelles a farsi tirare le orecchie per il non rispetto dei diritti dell’uomo. Una settimana dopo, il suo segretario generale é stato redarguito da alcuni deputati europei che si domandavano se l’UE non perda di credibilità accordando uno “statuto avanzato” ad un paese che disprezza le libertà e i principi democratici.
Reagendo alle pressioni della UE e della Spagna, gli uomini del regime si sono sentiti sicuri di poter mettere i puntini sulle i. Due di loro meritano la nostra attenzione, perché sono tra gli uomini più potenti del regno. I loro discorsi sono dunque rivelatori della natura di questo regime. Con parole scandalose per corruzione morale e mediocrità, Fuad Ali El Himma e Taieb Fassi Fihri hanno, ciascuno a suo modo, svelato i fondamenti morali decrepiti di questo regime.
L’ex ministro degli interni ha misurato la gravità delle sue parole? Questo intimo amico del Re e fondatore di un partito che dovrebbe modernizzare il campo politico marocchino era cosciente dell’enormità delle sue parole? A Laayoune El Himma non ha trovato niente di meglio da dire che minacciare la Spagna di non cooperare più nella lotta contro il traffico di droga, il terrorismo e l’immigrazione clandestina. Questi tre flagelli sono dunque armi che si possono ritorcere contro un paese vicino. Non li si combatte perché sono contrari ai nostri principi ed alle nostre leggi. Li si combatte perché in cambio l’Europa ci lasci reprimere come vogliamo. E se necessario, li si possono strumentalizzare contro coloro che si oppongono ai nostri costumi autoritari. Ecco il messaggio spaventoso che F. El Himma ha mandato al resto del mondo. L’Iran ha  Ahmadinejad e il nucleare, noi abbiamo El Himma, la cannabis, il terrorismo e i clandestini.
Taieb Fassi Fihri non è stato da meno. Meno inventivo del suo collega di governo, il ministro degli affari esteri ha ripetuto davanti ad un uditorio europeo un argomento logoro, ma quanto insultante per la nostra identità! Di fronte alle critiche dei suoi interlocutori europei sulla violazione dei diritti umani e della libertà di stampa, ha risposto che in Marocco dobbiamo rispettare i tre pilastri che sono la monarchia, l’islam e l’integrità territoriale. Come se fossero fondamentalmente contraddittori con i valori universali della libertà di espressione del rispetto dei diritti dell’uomo. Nel momento in cui le società occidentali si pongono (male) delle domande sulla compatibilità dell’islam coi valori democratici, il nostro ministro degli affari esteri  fa loro sapere che, sì, è incompatibile con questi valori. E che dire dell’integrità territoriale e della monarchia? E’ questo il senso che diamo a questi due totem della nostra vita politica? Se questo è il livello del dibattito, questo non è patriottismo, ma hooliganismo.
Questa presa in ostaggio dei simboli di una nazione e la loro strumentalizzazione a beneficio di un regime che rifiuta i cambiamenti non è però senza resistenza.  Le rimostranze dell’UE devono essere prese come un incoraggiamento per tutte quelle associazioni, giornali, singoli individui che osano battersi per delle idee di libertà e di democrazia, Emarginati dalla élite al potere, ignorati dai media agli ordini, trovano in queste pressioni esercitate da altri paesi e istituzioni, anche se amici del Marocco, un sostegno gradito per una lotta peraltro molto difficile. Ma il loro lavoro conta sicuramente qualcosa nelle pressioni sul regime per una maggiore apertura. Bisogna ben ammettere ch’esso si è auto inflitto molte sgradevolezze.
Due serie di avvenimenti recenti sono all’origine dell’irritazione della UE. La repressione isterica che ha colpito la stampa qualche settimana fa e la gestione che il Marocco ha fatto del caso di Aminatou Haidar. Ciò che più colpisce quando si analizzano questi due esempi di repressione è la loro gratuità. In altri termini, che cosa sarebbe successo se il regime non si fosse accanito sulla stampa e se non avesse privato Aminatou Haidar della sua nazionalità prima di espellerla? A parte evitare l’umiliazione delle raccomandazioni/ingiunzioni della UE a rispettare la libertà di stampa e i diritti umani, niente. Quale surplus di rispetto ha guadagnato la monarchia utilizzando la sua giustizia agli ordini per mandare in prigione dei giornalisti, chiudere dei giornali, rovinare delle imprese giornalistiche? Quale prestigio ha accumulato nel trattare Aminatou Haidar come l’ha trattata? Come questo trattamento avrebbe convinto il resto del mondo della marocchinità del Sahara? Perché, se qualcuno l’avesse dimenticato, è questo che riteniamo di dover fare. Allora perché? Perché è nella natura di questo regime. Una natura, ahimè nutrita dalla nostra debolezza collettiva e dalla incapacità di costruire un paese rispettose della dignità dei suoi cittadini.
Il regime marocchino, come certi regimi autocratici, è diventato un eroinomane della repressione. Dei tossici che si bucano di autoritarismo e devono aumentare sempre la dose. In questa metafora noi collettivamente siamo gli spacciatori. Tacendo, farfugliando gli argomenti sedicenti patriottici di una stupidità stupefacente come è andato a fare Abdelouahed Radi questa settimana in Spagna. E non osando criticare i comportamenti e le decisioni manifestamente idiote. Allora svezziamoli.        
Entrambi gli articoli 
qui

E da Ossin segnalo anche la traduzione dell’articolo di Paul Laverty e Ken Loach Non ci inchineremo a questo Re del Marocco, pubblicato dal Guardian il 10 dicembre scorso.  Da leggere qui

I siti dei settimanali marocchini citati in questo post:

LeJournal hebdomadaire  http://www.lejournal-press.com (non sempre attivo)

TelQuel : le Maroc tel qu’il est        http://www.telquel-online.com

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3 risposte a Marocco un paese sconosciuto, un excursus in alcuni recenti articoli

  1. anonimo ha detto:

    dove le prendi ste cazzate???1- il marocco è da sempre stato il primo paese a dichiarare la lotta al terrorismo (si sono visti i risultati che sono un paese sicuro e stabile) la droga e la clandestinità (il 18/05 sono stati fermati 25 algerini clandestini vicino al confine spagnolo di ceuta).2- i discorsi nominati avuti luogo a el aioun non sono mai esistiti, forse li hai sognati!!!!!!3- aminatou haidar ha detto nelle canarie che si rifiutava di dichiararsi marocchina nonostante usufruiva dei soldi pubblici marocchini per viaggi diplomatici e tradendo il paese con il polisario (movimento terrorista e sepparatista) e quindi giustamente le è stata tolta la cittadinanaza per il fatto che non la voleva.4- se" i discorsi che lei dice essere fatti da taib el fasi el fihri  con l' europa il marocco non avrebbe mai avuto lo statuto avanzato. 5- il sahara è da sempre stato marocchino, gli stessi sahraoui si sentono marocchini se no non scapperebbero dai campi polisariop a tindouf dove sono ancora molti di loro tenuti in ostaggio in condizioni estreme!!!!!!!!!!6- la libertà completa di stampa esiste in marocco dal 1999 e questo lo dicono anche le maggiori enti internazionali!!!!! il re è ben voluto in marocco e all' estero ha dato pari diritti allle donne e potere politico a sua moglie che tra l' altro era un a ragazza povera figlia di un maestyro delle elementari.7- il marocco è un monarchia costituzonale sociale democratica se no non le sarebbe mai stato concesso lo statuto avanzato.ti dovresti vergognare di scrivere al mondo tali falsità di un paese storicamen,te tollerante e aperto alle altre culture 

  2. khadijabritel ha detto:

    Per il lettore Anonimo:Le fonti sono tutte indicate.Lo statuto avanzato del Regno del Marocco non significa una totale identità di vedute con la UE.Ci sono fatti che non possono essere ignorati, e questo vale per qualunque stato e in qualunque tempo, quindi anche per i paesi dell'Europa e per il Marocco.So che Mohammed VI è molto amato. Mi riesce difficile credere che quest'uomo ricchissimo ignori le condizioni che spingono molti marocchini ad emigrare.Come si definisce un capo di stato che nomina ministro della giustizia uno dei suoi avvocati? Che non esige il rispetto pieno dei diritti umani pur ammettendo che violazioni sono avvenute e non prenda nessuna posizione sulle morti causate dalle forze di polizia? ( sul Marocco, si veda l'editoriale di TelQuel : Petits meurtres entre amis,  non ho da proporre un articolo simile per l'Italia ).Insomma, nulla è mai tutto bianco o tutto nero. A noi formarci un giudizio e fare le nostre scelte.Solidi rapporti, anche affettivi, mi legano al Marocco e non ho nulla di cui  vergognarmi. Una critica può essere utile.Le parolacce, anche se entrate nell'uso comune, non sono gradite in casa nostra quindi non pubblicherò altri commenti che le contengano.Un nome qualunque sarebbe senz'altro preferibile dell'anonimato.

  3. khadijabritel ha detto:

    L'articolo del settimanale marocchino TelQuel è di Ahmed R. Benchemsi, pubblicato sul n. 424 del 14 maggio 2010.

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